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Sensibilizzazione, partecipazione, coordinamento – AmbienteFestival 2010

Continua la (mia) rassegna degli eventi ecosostenibili…

In questi giorni Rimini sembra essersi trasformata nella “città della sostenibilità”. Fra questo e il prossimo fine settimana, infatti, si concentrano una serie di eventi legati all’ambiente e all’impatto ambientale, rivolti sia a semplici curiosi sia a veri e propri esperti del settore: si tratta di Ambiente Festival ed Ecomondo. Sono due tipologie di eventi diverse fra loro, una rivolta a un pubblico più generico e non necessariamente esperto, l’altro dedicato agli addetti ai lavori e a chi ha bisogno di approfondire alcuni aspetti tecnici. Entrambi, a modo loro, puntano soprattutto sulla condivisione di informazioni e sulla sensibilizzazione.

Lasciamo un attimo da parte gli incontri fieristici di Ecomondo per concentrarci su Ambiente Festival, manifestazione prevalentemente ludica – ma non per questo leggera – che punta a coinvolgere il pubblico con momenti di svago e interazione ecosostenibili. Il programma prevede incontri, mostre, laboratori e attività legate alle energie rinnovabili, alle pratiche creative di riutilizzo dei rifiuti, a “esperienze culturali, tecnologiche ed educative in materia si sostenibilità ambientale”. In particolare, viene data grandissima attenzione ai più piccoli, che possono scoprire in prima persona quanto è importante salvaguardare i diversi ecosistemi e cominciare a prendere confidenza con quelle che dovrebbero diventare pratiche condivise da tutti.

Nell’ambito degli eventi legati all’ecosostenibilità, ci sono molte manifestazioni di questo genere  (da una rapida ricerca sembra che al momento in Italia sia la tipologia più gettonata). Ma un evento che parla di sostenibilità e non punta a essere sostenibile è, ormai, un evento che svolge il suo compito a metà. Ecco perché anche a Rimini non hanno rinunciato a introdurre alcuni elementi di compensazione e di prevenzione.

L’energia utilizzata durante il Festival è 100% verde. Come si legge sul sito, l’organizzazione della manifestazione ha infatti deciso di certificare tutti gli edifici e gli spazi chiusi in cui si terrà l’evento con “100% energia pulita Multiutility” garantita da “100% energia verde”, il marchio italiano che garantisce l’esclusiva provenienza dell’elettricità certificata dalle fonti rinnovabili più consone con il territorio e gli ecosistemi, la trasparenza della filiera ed il rispetto di criteri etici di sostenibilità ambientale e sociale da parte degli aderenti.

E per quanto riguarda gli spazi aperti? Per quelli la certificazione è già in vigore grazie a un accordo che il Comune di Rimini ha fatto con l’azienda di fornitura dell’energia, che garantisce un’illuminazione a impatto zero in tutti i luoghi pubblici. E’ indubbiamente un bell’esempio di “unione delle forze” che, fra l’altro, allevia un po’ gli organizzatori da alcuni problemi.

Ma cos’altro si può fare per diminuire l’impatto dell’evento? Come l’anno passato, si è deciso di offrire solo pasti a km zero e di utilizzare piatti e posateria in materiale compostabile, cosa che fa pensare che si sia presa in considerazione anche una differenziazione dei rifiuti all’interno degli spazi della manifestazione (in realtà non ho trovato rifermenti sul sito ufficiale, ma spero di poter verificare di persona fra qualche giorno).

Inoltre, gli allestimenti sono stati realizzati con materiali di riciclo o riutilizzando materiali di eventi passati (ad esempio la moquette). Per concludere, gli organizzatori promuovono il bikesharing proposto dal Comune di Rimini, per potersi spostare fra i vari luoghi del festiva in bici.

Ambiente Festival è di sicuro un evento che punta a diventare un esempio nel suo genere e, anno dopo anno, aumentare gli incontri e le attività rivolte al pubblico. Il fatto che prenda sul serio anche la sostenibilità organizzativa è un segnale positivo, soprattutto se questo comporta la collaborazione e la cooperazione delle 40 e più associazioni e realtà coinvolte in questo progetto.

Sarebbe interessante capire come funziona questa collaborazione e come vengono gestite le pratiche di prevenzione da ogni associazione coinvolta. Come ho scritto qualche tempo fa, infatti, non può essere sottovalutata l’azione di nessun attore, se si vuole mantenere la coerenza interna dell’evento (e la conseguente credibilità a lungo termine).

In ogni caso, il pubblico sembra apprezzare gli sforzi e questo non può che essere un segno del crescente interesse delle persone verso queste tematiche. Non a caso, sono sempre di più i tentativi di gestire le varie iniziative in maniera partecipata. Anche Rimini non fa eccezione e, anzi, inserisce accanto alla biodiversità e alle fonti rinnovabili anche la partecipazione, come uno dei tre temi cardine dell’edizione 2010 del Festival.

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Edison Change the Music – Eventi ecosostenibili come strategia di comunicazione?

Stiamo entrando in un’epoca nella quale le soluzioni ecosostenibili non sono più mero appannaggio degli ambientalisti e delle organizzazioni per la salvaguardia dell’ecosistema, ma stanno diventando oggetto di grande interesse anche per le aziende.  C’è chi usa il termine “green” per promuovere specifiche linee di produzione, chi per sostenere cambiamenti interni, chi per gettare le basi per una nuova promozione d’immagine e, a volte, per distogliere l’attenzione da pratiche aziendali poco sostenibili…

In generale, sono in molti a pensare che la sostenibilità stia diventando un business da non sottovalutare, sia per l’impatto economico che può avere, sia per i risvolti positivi che può portare sulla percezione dell’identità delle imprese.

Fra i tanti esempi che possiamo trovare anche in Italia, uno dei più significativi e strettamente legati all’organizzazione di eventi è il progetto Edison Change the Music, promosso ovviamente da Edison, importante società europea nel settore dell’energia.

Qual è stata l’idea di Edison? In sostanza, quella di utilizzare le sue energie rinnovabili per lanciare “il primo progetto italiano per sviluppare la cultura della sostenibilità e del risparmio energetico nella musica”.

Come? Proponendo un contest per band emergenti libere da contratto che, in questo modo, possono farsi “sentire rispettando l’ambiente”. Nata 3 anni fa, questa iniziativa è stata una sorta di piccola rivoluzione nel campo dell’organizzazione di eventi musicali “verdi”, se non altro in Italia. Fino a quel momento, infatti, si era puntato principalmente sull’utilizzo di tecniche di compensazione e le iniziative erano per lo più eventi unici, disgregati l’uno dall’altro. Edison Change the Music invece, ha puntato alla creazione di un vero e proprio evento itinerante, una serie di concerti ben strutturata, comunicabile in maniera univoca e forte e capace di attirare l’attenzione dei più giovani.

Sul sito del progetto, gli organizzatori affermano che l’obiettivo principale è quello di “ottenere importanti e misurabili risultati in termini di risparmio energetico e riduzione dell’impatto ambientale attraverso la musica e tutte le sue manifestazioni.” In realtà, l’idea di coniugare divertimento e attenzione all’ambiente non è del tutto nuova e, soprattutto negli ultimi anni, in molti hanno cominciato a considerare questi momenti di svago come un’ottima occasione per veicolare informazioni legate alla sostenibilità ambientale.

E’ vero, però, che spesso, nonostante le buone intenzioni degli organizzatori, questo genere di iniziative rischiano di non riuscire a guadagnarsi la visibilità che meriterebbero. Edison ha evidentemente cercato di innalzarsi fin da subito a un livello superiore. Naturalmente non si può negare che buona parte della sua visibilità sia dovuta al nome dell’azienda, ma non si possono sottovalutare alcune delle iniziative collaterali, prima fra tutte la creazione di un osservatorio permanente che ha come scopo il monitoraggio delle emissioni di CO2  dei concerti live che si svolgono ogni anno in Italia. E, cosa fondamentale, i report di queste indagini sono scaricabili dal sito dell’iniziativa. E’ indubbiamente un buon modo per dare un peso maggiore al progetto, rendendolo più credibile anche da un punto di vista puramente scientifico.

Un’altra iniziativa importante è la redazione di un vero e proprio manifesto, una serie di pratiche e consigli per ridurre l’impatto ambientale. Insomma, la “semplice” organizzazione di eventi sembra non bastare e acquista invece importanza tutto ciò che può dare sostanza e aggiungere contenuto all’evento stesso.

Quello di Edison Change the Music secondo me è un esempio ottimo per capire quale ruolo possono avere gli eventi ecosostenibili nelle strategie di comunicazione di un’impresa. In più, nel caso di Edison è ancora più significativo se si considera che le energie rinnovabili vengono fornite dall’azienda stessa e che, quindi, attraverso i concerti si sta promuovendo non solo l’immagine dell’azienda ma il suo stesso prodotto.

Il CO2PENHAGEN, la produzione di energie rinnovabili e un motore da 2 tonnellate – Lo Stirling Engine

Nel primo post sul CO2PENHAGEN ho accennato alla differenza fra tecniche preventive e sistemi di compensazione delle emissioni, spiegando che secondo me il festival danese cercava di integrare in maniera armonica entrambe le posizioni, concentrandosi sia su pratiche responsabili durante la pianificazione e lo svolgimento del festival (raccolta differenziata, uso di LED, convenzioni per i trasporti pubblici dedicate ai volontari, ecc.), sia su sistemi di produzione di energia in loco. Considerando la particolarità delle tecnologie utilizzate, vale la pena approfondire questo secondo aspetto.

Innanzi tutto, quali fonti energetiche sono state scelte? E in quali quantità hanno contribuito a dare energia all’evento?

63% dal motore Stirling
22% dal gassificatore Viking
11% da un generatore a olio di semi di colza
2% da un generatore di 2° generazione a bio etanolo
1% dalle biciclette E-tenzor
1% dai pannelli solari

Alcune di queste tecnologie sono conosciute ai più. Altre, invece, sono esempi di modelli di sviluppo tecnologico ancora in via di sperimentazione, primo fra tutti il motore Stirling.

Di cosa si tratta? E’ probabilmente la tecnologia che più mi ha affascinato durante il festival, quando ho immaginato che in un futuro non troppo lontano si sarebbe potuto utilizzare nelle situazioni più disparate. In realtà, al momento è un’apparecchiatura abbastanza ingombrante di due tonnellate, chiusa nei seminterrati di un edificio del DTU, l’Università Tecnica Danese che ha ospitato il festival e contribuito alla sua realizzazione.

Il motore è stato sviluppato dalla compagnia Stirling DK, che nasce proprio all’interno dell’Università. Come ha spiegato il CEO Lars Jagd, lo scopo del loro progetto è quello di rendere i loro clienti auto-sufficienti e indipendenti dai combustibili fossili.

Come funziona? Lo Stirling è alimentato da trucioli di legno che vengono dall’area che circonda il DTU e che verrebbero altrimenti buttati. A differenza dei motori normali, in questo caso l’incenerimento avviene all’esterno, e non dentro il motore.

La cosa che più mi aveva colpito è la flessibilità di questa tecnologia: per farlo funzionare, possono essere utilizzate tutte le tipologie di biomassa, come i rifiuti solitamente buttati nella raccolta dell’umido, il legno, tutto ciò che sia organico. Questo vuol dire che l’energia può essere creata a partire da tutti quegli scarti che quotidianamente vengono prodotti nelle nostre case!

A questo punto però è normale che venga un dubbio: se noi bruciamo il legno (o altri materiali organici), questo non creerà un aumento di CO2 nell’atmosfera? La risposta che dà Lars Jagd è questa:

‘When you burn a branch of wood it will emit CO2. But the new branch which grows out will suck a similar quantity of CO2 to itself. In this way, the technology is CO2 neutral’.

When trees and plants grow, they absorb CO2. CO2 molecules are again released when wood is burned. It is part of a natural balance. If you can use energy from biofuels such as wood, straw or coconut shells, it is actually possible to generate power without adding more greenhouse gases.

Lui la chiama “crescita naturale” e ci crede al punto da essere convinto che le biomasse siano la fonte di energia rinnovabile più efficiente. Non so dire se questo sia del tutto vero, ma indubbiamente l’uso delle biomasse è una strada da seguire e il fatto che siano state utilizzate per fornire energia al festival è significativo, perchè dimostra che soluzioni alternative sono possibili.  Purtroppo al momento la scelta di usare lo Stirling non è facilmente replicabile, per il peso e l’ingombro del motore. Ma il prossimo progetto della compagnia è la costruzione di un motore stirling “portatile”, che “vada all’evento” piuttosto che portare l’evento da lui.

simbolo riciclo

A proposito dell’uso dello stirling al CO2PENHAGEN, naturalmente non è stato possible usare immediatamente i rifiuti organici prodotti durante l’evento. Gli scarti prodotti sono stati raccolti e usati in seguito, per pagare il “debito di materiale” utilizzato durante i tre giorni della manifestazione.

Un’ultima nota, legata alla mia esperienza diretta, riguarda le modalità di gestione della raccolta dei rifiuti. Questa operazione, decisamente delicata visto l’utilizzo che se ne doveva fare, è stata affidata ai volontari che si sono offerti di dare una mano durante l’evento. Squadre di ragazzi hanno svuotato i cestini più volte al giorno, portando i rifiuti in una speciale area di stoccaggio. Ma il percorso non finiva qui: dal luogo di stoccaggio, i rifiuti dovevano poi arrivare al centro di raccolta dello Stirling per essere utilizzati. Questo aspetto richiedeva un livello di attenzione e organizzazione molto alti, cosa forse è stata sottovalutata durante il festival, quando lo schema e le indicazioni fornite nei giorni precedenti sono state un po’ trascurate da alcuni team leader.

Questa situazione mi ha fatto molto riflettere sulla necessità di pianificare al meglio ogni aspetto, ma anche sull’importanza di coinvolgere persone con un certo livello di esperienza per ogni settore, senza sottovalutare la gestione delle risorse umane. Invece, essendo un evento organizzato quasi interamente su base volontaria, il CO2PENHAGEN ha un po’ sofferto a livello organizzativo, cosa che – soprattutto nel caso degli eventi ecocostenibili – rischia di compromettere l’intera riuscita dell’evento.

Un’estate al CO2PENHAGEN – 1#

Un anno fa ero appena tornata da Copenhagen, dove da lì a poco si sarebbe tenuto il COP15. Grandi aspettative, conferenze, incontri. Si aspettava con ansia di vedere cosa sarebbe successo, se sarebbe cambiato qualcosa. Sappiamo bene com’è andato il COP15, ma non sarebbe corretto dire che il bilancio è stato tutto negativo. E’ cambiata infatti la percezione delle persone, se non altro di alcune, e questo evento mondiale tanto atteso è diventato un modo per mettersi alla prova, partecipare, far vedere di cosa si è capaci al di là della “grande” politica.

cartolina co2penhagen

E’ così che è nato il CO2PENHAGEN, definito dagli organizzatori The World’s First CO2-neutral Festival. L’idea è di Katrine Vejby e Nina Jensen, una giornalista e un’architetta danesi, che nel 2007 si sono chieste quali potevano essere le vie per coinvolgere e sensibilizzare i più giovani ai temi della sostenibilità ambientale. L’idea, in fondo abbastanza semplice, era quella di portare i ragazzi – universitari, liceali, ecc. – in un luogo in cui il divertimento è uno dei due temi principali. L’altro è, naturalmente, la sostenibilità.

La sfida era quella di avvicinare i più giovani a un’immagine non noiosa o esasperata di ecosostenibilità, per dimostrare che pratiche più consapevoli non necessariamente devono influire sulla bellezza e sulla piacevolezza dell’evento. La sensazione, infatti, è che non siano in pochi ad associare il concetto di sostenibilità a qualcosa di noioso, schematico, puramente informativo o tecnico. L’idea è stata quindi quella di proporre un festival musicale cercando di coinvolgere importanti artisti sia danesi che stranieri che potessero attirare i ragazzi, cercando al tempo stesso di ridurre al minimo l’impatto ambientale.

Può non sembrare un’idea originale, considerando che già in Gran Bretagna da alcuni anni decine di eventi musicali puntano ad essere riconosciuti come eco-friendly (non a caso l’idea del festival danese è venuta proprio durante un viaggio in Inghilterra), ma c’è qualcosa nel CO2PENHAGEN che lo rende differente da tutti gli altri esperimenti. Ci sono infatti eventi che si concentrano sull’adozione di tecniche preventive, come il risparmio energetico, la riduzione dell’inquinamento in loco, una gestione organizzata della raccolta differenziata, il coinvolgimento dei visitatori come parte integrante del processo di greening, ecc. Ce ne sono altri, invece, che puntano a ciò che da alcuni viene definito l’essenziale, ossia la compensazione delle emissioni dell’intero evento tramite il coinvolgimento di ditte specializzate. Per non dimenticare poi  chi cerca di fare proprie entrambe le prospettive (uno degli esempi europei più conosciuti è T in the park).

Il CO2PENHAGEN è singolare proprio perchè cerca di scavalcare questa dicotomia per cercare un’altra soluzione al problema. A fianco a una ricerca quasi ossessiva delle materie prime più ecosostenibili – dai divanetti gonfiabili in plastica riclicata alle magliette in cotone organico – e a soluzioni di risparmio energetico – con un uso di luci a basso consumo e con centri per la raccolta differenziata – c’è infatti quella che a mio avviso rappresenta l’innovazione vera e propria: la produzione di energia in loco. Il Festival è stato organizzato al DTU, università tecnica danese di Copenhagen, dove vari dipartimenti si occupano di sostenibilità – sia da un punto di vista tecnico che organizzativo – e dove sono nate una serie di start up legate alle energie rinnovabili. Due soluzioni, in particolare, si sono rivelate particolarmente significative nella gestione energetica di questo evento, il motore Stirling e il gassificatore Viking, ai quali si sono aggiunti due generatori a bio-etanolo di 2° generazione, biciclette per la produzione di energia, ecc.

Ad oggi – nonostante tutte le lacune del caso – questo rimane secondo me uno degli esempi più significativi di evento a “impatto zero”, perchè parte con lo spirito che dovrebbe contraddistinguere ogni evento che si voglia definire “verde”: non semplice compensazione, ma una preparazione consapevole di tutto l’evento, con un’attenzione rivolta sia al coinvolgimento interno degli organizzatori, sia al pubblico.

Proprio per la complessità di tutto il processo organizzativo – per molti versi non troppo diverso da quello di un classico festival musicale – varrà la pena approfondire alcuni aspetti legati alle singole fasi e soluzioni addottate. Next time!