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Sostenibilità? Ma…fammi ridere!

Lo confesso, più di una volta mi sono chiesta perchè, quando si parla di ambiente e sostenibilità, si tenda a diventare noiosi e difficili da seguire. Spesso ciò che riguarda la comunicazione ambientale e l’ecologia viene associato a fanatici e aspiranti eremiti e al primo accenno a un – anche minimo – cambiamento delle abitudini quotidiane  si viene a volte additati come estremisti e retrogradi.

Riuscire a comunicare e diffondere informazioni e suggerimenti di buone pratiche non è un compito semplice e le strategie sono molte. Ad esempio, c’è chi ha deciso di superare l’iniziale diffidenza…buttandola sul ridere!
In realtà l’argomento è serio, come ricordano gli ideatori dello spettacolo EcoCabaret, ma lo scopo è riuscire a raccontare le nostre abitudini e i nostri errori con una risata, dando spunti di riflessione in maniera leggera e “commestibile” a tutti.

È dall’anno scorso che sento parlare di questo gruppo di comici, che ho cominciato a seguire anche su friendfeed. Qualche mese fa hanno rinnovato il loro sito internet e hanno pubblicato una serie di notizie relative ai loro progetti di comunicazione ambientale.
Di cosa si tratta di preciso? Come spiegano gli EcoCabarettisti nella loro presentazione, siamo tutti chiamati a dare il nostro contributo per salvaguardare l’ambiente in cui viviamo. Ognuno a proprio modo, ognuno nella propria realtà. Spesso ciò che si può fare è semplice, basta saperlo. E perchè, quindi, non scoprirlo con un sorriso?
Gli spettacoli ideati dal gruppo di comici servono proprio a questo! E per raggiungere lo scopo e comunicare con un pubblico più ampio, sono state ideate due versioni dello spettacolo: una più didattica – “Ambientiamoci” – e l’altra – “Differenziamoci” – adatta a ogni tipologia di spettatore.

Per vedere all’opera i cinque comici – Eugenio Chiocci, Alessio Parenti, Valeria Musso, Carlo Giuffra, Clara Taormina – date un’occhiata al calendario dei prossimi eventi sul sito Ecocabaret.it.
Potete seguire gli EcoCabarettisti anche su Twitter.

Il progetto sembra interessante soprattutto perchè tenta di rendere piacevole un qualcosa che, indubbiamente, richiede un po’ di attenzione quotidiana e che richiama al senso di responsabilità di ognuno di noi.
Mentre aspetto l’occasione giusta per andare a curiosare durante un loro spettacolo, mi chiedo se gli EcoCabarettisti abbiano già pensato ad abbinare alla sensibilizzazione anche delle forme di riduzione dell’impatto dei propri eventi. Quella degli spettacoli teatrali è una categoria un po’ particolare, sarebbe interessante capire quali strategie potrebbero essere applicate.

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Eventi green e riflessioni pre-consegna: come mi cambio la prospettiva

Ormai è finita. Ancora un paio di cose da sistemare e poi andrò a consegnare la tesi. Prima ancora di mettere un punto a questi ultimi mesi di studio, ricerca e scrittura c’è una cosa che posso dire con assoluta certezza: questo lavoro ha cambiato radicalmente il mio modo di osservare gli eventi sostenibili. In realtà in fondo sono sempre stata un po’ critica, fin da quando ho vissuto l’esperienza del CO2PENHAGEN dove, nonostante tutte le cose buone e meritevoli, era impossibile non notare una serie di incongruenze poco giustificabili.

L’aver passato gli ultimi mesi a osservare eventi verdi con più attenzione del solito mi ha messo in crisi. Se prima ero mossa solo dall’entusiasmo, ora confesso che lo stimolo mi arriva principalmente dalla voglia di capire cosa è realmente sostenibile, cosa potrebbe essere fatto meglio, cosa è fatto al massimo delle possibilità di quel momento e via dicendo.
Poco fa mi sono imbattuta in un post di Tascabile, che parla in maniera critica del green marketing e della necessità di fare business attorno alla sostenibilità. Ecco, si tratta più o meno della stessa sensazione, anche se – dev’essere ormai una sorta di “deformazione professionale” – mi viene naturale traslare questo discorso principalmente sul settore degli eventi. Cosa è realmente sostenibile? È necessario dire che una manifestazione è verde solo per attirare l’attenzione delle persone?
Non saprei dire se il target di queste operazioni sia solo chi è già interessato alle tematiche ambientali. Non credo. Secondo me dire di essere “eco” – ma qualunque sinonimo va comunque bene – aiuta a migliorare la propria immagine e colpisce tutti, anche chi magari non si preoccupa troppo di migliorare le proprie abitudini. Anzi, in questo modo forse si offre alle persone la possibilità di scaricare su un acquisto “giusto” la propria responsabilità ambientale. Lo stesso discorso vale appunto anche per gli eventi. Più mi guardo intorno e più vedo nomi, comunicati, siti di festival, fiere o concerti a basso impatto. Ma come si fa a capire se dietro c’è un reale interesse degli organizzatori o se si tratta, al contrario, solo di un modo per attirare l’attenzione? Quali strumenti ha il pubblico per premiare chi lo merita davvero e, viceversa, per disertare quegli eventi che fanno del nome un vanto, ma niente di più?
Sono convinta che si abbia a disposizione uno strumento di sensibilizzazione forte, ma credo anche che la sensibilizzazione non vada fatta solo con le parole, ma anche con la pratica. Anzi, soprattutto con la pratica. È vero, non è facile essere coerenti, soprattutto quando si deve gestire il delirio organizzativo che sta alla base di un evento. Ma anche essere troppo indulgenti credo non gioverebbe a nessuno.
Insomma, è stata durissima… Questa e altre riflessioni hanno reso la mia ricerca più difficile del previsto, ma spero che i risultati servano a qualcosa (e grazie a Tascabile, perchè se non avessi letto il suo post non avrei avuto lo stimolo a scrivere questo, che forse c’entra poco, ma forse no… ;))
Prossimamente sui vostri schermi i risultati del lavoro!

Il Festival del Film di Roma: il “go green” come chiave di promozione

Ho perso per un soffio una visita al Festival Internazionale del Film di Roma, ma una gita nella capitale mi ha comunque fatto scoprire che anche quest’anno la manifestazione è promossa come evento a emissioni zero.

Mi incuriosiscono molto i grandi eventi che usano l’ecosostenibilità come chiave della comunicazione. Perché? Se la gestione delle soluzioni compatibili è complicata nel piccolo di eventi di provincia e con meno visibilità, cosa succede quando un festival di cinema conosciuto in tutta Italia e all’estero decide di diventare a impatto zero? Quali sono le decisioni più diffuse? Quali sono le linee più seguite dagli organizzatori?

Come per altri eventi di questo genere, il Festival di Roma ha innanzi tutto puntato sulle tecniche di compensazione. In sostanza, tramite il supporto di LifeGate e con la collaborazione di Samsung, viene fatta una stima dell’energia necessaria per organizzare l’evento e, per compensare le emissioni prodotte, verranno create e tutelate le foreste in crescita in Madagascar.
La presenza di Samsung come partner ambientale non si ferma qui, sono state infatti portate al Festival del Film di Roma le sue tecnologie più ecocompatibili, in modo da cercare di ridurre parte delle emissioni e degli sprechi in partenza.
Questa collaborazione è significativa anche e soprattutto per l’impatto che questa manifestazione ha sull’immagine dell’azienda high-tech, che da qualche anno si sta lavorando per diventare leader ecosostenibile fra le case del suo settore (qui l’intervista al direttore marketing strategico di Samsung).

Si tratta indubbiamente di uno sforzo importante da parte degli organizzatori. Ma non posso fare a meno di chiedermi se sia abbastanza, se non si siano scelte le vie più facili per rendere l’evento “verde”  puntando a una sua spendibilità soprattutto da un punto di vista promozionale.
In generale, non sono una grande sostenitrice delle forme compensative, più che altro perchè mi sembra che rovescino le responsabilità su altri, su terzi che si fanno carico per noi delle nostre emissioni. Mi interessano invece di più le soluzioni che puntano, nonostante le difficoltà, a responsabilizzare tutti i soggetti coinvolti.
Con questo non voglio e non posso dire che quelli di questo genere non siano comunque dei tentativi importanti (in fondo, è sempre meglio di niente) ed è anche vero che eventi di queste dimensioni portano già con sè molte altre difficoltà di tipo organizzativo. Inoltre, non si può negare l’impegno del Festival, rimarcabile e importante soprattutto perchè, grazie alla sua visibilità, permette di trasmettere alcune sensibilità a un pubblico più ampio.

Ma credo che presto si arriverà a un punto in cui non sarà più sufficiente dire che le mie emissioni verranno compensate con tot alberi in un’area del mondo lontana dai fruitori della manifestazione (per quanto la preservazione di quell’area sia, naturalmente, fondamentale per l’ecosistema mondiale).
Non si può sottovalutare l’attenzione che la parola “verde” comincia a suscitare nel pubblico. C’è una fetta di persone sempre maggiore che presto non si accontenterà più e comincerà a esigere forme di responsabilità maggiori da parte di tutte le realtà coinvolte nell’organizzazione di manifestazioni, grandi o piccole che siano.

Non bisogna dimenticare che gli eventi, per il ruolo che ricoprono nei piani di comunicazione, rischiano spesso di essere fra i primi strumenti di greenwashing. Forme di responsabilità maggiore servono, secondo me, a far cadere parte dei dubbi che si possono creare sulla buona fede dei promotori delle manifestazioni e, proprio per questo, a dare anche maggiore risalto agli sforzi degli organizzatori.

Un’estate al CO2PENHAGEN – 1#

Un anno fa ero appena tornata da Copenhagen, dove da lì a poco si sarebbe tenuto il COP15. Grandi aspettative, conferenze, incontri. Si aspettava con ansia di vedere cosa sarebbe successo, se sarebbe cambiato qualcosa. Sappiamo bene com’è andato il COP15, ma non sarebbe corretto dire che il bilancio è stato tutto negativo. E’ cambiata infatti la percezione delle persone, se non altro di alcune, e questo evento mondiale tanto atteso è diventato un modo per mettersi alla prova, partecipare, far vedere di cosa si è capaci al di là della “grande” politica.

cartolina co2penhagen

E’ così che è nato il CO2PENHAGEN, definito dagli organizzatori The World’s First CO2-neutral Festival. L’idea è di Katrine Vejby e Nina Jensen, una giornalista e un’architetta danesi, che nel 2007 si sono chieste quali potevano essere le vie per coinvolgere e sensibilizzare i più giovani ai temi della sostenibilità ambientale. L’idea, in fondo abbastanza semplice, era quella di portare i ragazzi – universitari, liceali, ecc. – in un luogo in cui il divertimento è uno dei due temi principali. L’altro è, naturalmente, la sostenibilità.

La sfida era quella di avvicinare i più giovani a un’immagine non noiosa o esasperata di ecosostenibilità, per dimostrare che pratiche più consapevoli non necessariamente devono influire sulla bellezza e sulla piacevolezza dell’evento. La sensazione, infatti, è che non siano in pochi ad associare il concetto di sostenibilità a qualcosa di noioso, schematico, puramente informativo o tecnico. L’idea è stata quindi quella di proporre un festival musicale cercando di coinvolgere importanti artisti sia danesi che stranieri che potessero attirare i ragazzi, cercando al tempo stesso di ridurre al minimo l’impatto ambientale.

Può non sembrare un’idea originale, considerando che già in Gran Bretagna da alcuni anni decine di eventi musicali puntano ad essere riconosciuti come eco-friendly (non a caso l’idea del festival danese è venuta proprio durante un viaggio in Inghilterra), ma c’è qualcosa nel CO2PENHAGEN che lo rende differente da tutti gli altri esperimenti. Ci sono infatti eventi che si concentrano sull’adozione di tecniche preventive, come il risparmio energetico, la riduzione dell’inquinamento in loco, una gestione organizzata della raccolta differenziata, il coinvolgimento dei visitatori come parte integrante del processo di greening, ecc. Ce ne sono altri, invece, che puntano a ciò che da alcuni viene definito l’essenziale, ossia la compensazione delle emissioni dell’intero evento tramite il coinvolgimento di ditte specializzate. Per non dimenticare poi  chi cerca di fare proprie entrambe le prospettive (uno degli esempi europei più conosciuti è T in the park).

Il CO2PENHAGEN è singolare proprio perchè cerca di scavalcare questa dicotomia per cercare un’altra soluzione al problema. A fianco a una ricerca quasi ossessiva delle materie prime più ecosostenibili – dai divanetti gonfiabili in plastica riclicata alle magliette in cotone organico – e a soluzioni di risparmio energetico – con un uso di luci a basso consumo e con centri per la raccolta differenziata – c’è infatti quella che a mio avviso rappresenta l’innovazione vera e propria: la produzione di energia in loco. Il Festival è stato organizzato al DTU, università tecnica danese di Copenhagen, dove vari dipartimenti si occupano di sostenibilità – sia da un punto di vista tecnico che organizzativo – e dove sono nate una serie di start up legate alle energie rinnovabili. Due soluzioni, in particolare, si sono rivelate particolarmente significative nella gestione energetica di questo evento, il motore Stirling e il gassificatore Viking, ai quali si sono aggiunti due generatori a bio-etanolo di 2° generazione, biciclette per la produzione di energia, ecc.

Ad oggi – nonostante tutte le lacune del caso – questo rimane secondo me uno degli esempi più significativi di evento a “impatto zero”, perchè parte con lo spirito che dovrebbe contraddistinguere ogni evento che si voglia definire “verde”: non semplice compensazione, ma una preparazione consapevole di tutto l’evento, con un’attenzione rivolta sia al coinvolgimento interno degli organizzatori, sia al pubblico.

Proprio per la complessità di tutto il processo organizzativo – per molti versi non troppo diverso da quello di un classico festival musicale – varrà la pena approfondire alcuni aspetti legati alle singole fasi e soluzioni addottate. Next time!