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Si può parlare di impronta ecologica per gli eventi?

Continua la mia lettura del libro di Meegan Jones “Sustainable event management”. Questa mattina mi sono ritrovata faccia a faccia con uno dei temi più controversi, e al tempo stesso più importanti, legati all’organizzazione di eventi a basso impatto: la misurabilità delle scelte e delle soluzioni adottate.
Verrebbe naturale, come in altri settori, parlare di impronta ecologica, ma in realtà nel caso degli eventi è necessario dedicare al tema molta più attenzione. Se in molti ambiti misurare l’impronta ecologica è tutto sommato abbastanza semplice, per gli eventi la situazione è più complicata. Il problema principale è dato soprattutto dalla complessità insita nell’organizzazione di manifestazioni dal vivo. Gli strumenti che abbiamo a disposizione, infatti, ci permettono di misurare solo parte delle numerose attività che vengono svolte per realizzare un evento. Oltretutto, non va sottovalutato il fatto che molti di questi strumenti vengono spesso sviluppati da chi non conosce a fondo il mondo degli eventi e, di conseguenza, tutte le problematiche e le attività connesse.

Altro punto da tenere in considerazione è il fatto che, finora, non si è raggiunta a livello internazionale una standardizzazione delle modalità di analisi delle fasi organizzative. E fino a che non avremo una visione chiara e univoca, non potremo procedere con una misurazione pienamente riconoscibile e accettabile e, di conseguenza, utilizzabile per comparare un evento a un altro o per promuovere il nostro evento “verde” in maniera credibile.

Green Planet by Pink Sherbet Photography

Nonostante tutto, non è però detto che non si possano comunque portare avanti varie strategie per fare un po’ di chiarezza e per rendere più trasparenti le nostre azioni. Per capire in quali aree possiamo migliorare e quali sono gli step principali da affrontare, la Jones parte dal Greenhouse Gas Protocol e dai suoi tre obiettivi:

  1. misurare le emissioni dirette prodotte in loco
  2. misurare le emissioni legate all’uso di energia elettrica fornita dall’esterno (es. centrali elettriche).
  3. Misurare le emissioni indirette (trasporti, rifiuti, ecc.)

Se il primo e il secondo obiettivo sono tutto sommato abbastanza facili da raggiungere, il terzo è decisamente più difficile. Con emissioni indirette, infatti, si intendono tutte quelle emissioni che derivano da aree che spesso non sono sotto il nostro controllo. Giusto per fare un esempio, quando si comprano merci e prodotti, è difficile calcolare il tragitto fatto da chi ce le sta consegnando, il numero di soste effettuate, la quantità di gasolio consumata, ecc. In alcuni di questi casi, la misurazione è praticamente impossibile e possiamo affidarci solo a medie e percentuali.

In ogni caso, questo non deve scoraggiarci. L’importante è fare comunque il possibile per ridurre al minimo le emissioni prodotte. Anzi, la riduzione dovrebbe rappresentare un vero e proprio mantra per tutti coloro che vogliono occuparsi di eventi ecosostenibili e, non a caso, è la prima fase – la più importante – citata dalla Jones. La seconda è la sostituzione di combustibili fossili con fonti rinnovabili. Solo come ultima risorsa, invece, viene presa in considerazione la possibilità di compensare le emissioni che non è possibile ridurre.

Questo percorso, che per molti è scontato, non sembra però essere ancora condiviso da tutti. In molti casi, infatti, tutto ciò che riguarda la riduzione viene lasciato in secondo piano e viene dato invece molto spazio a ciò che riguarda la compensazione (carbon offsetting). Non a caso, continuano a proliferare gli eventi che si dichiarano “verdi” dopo essersi affidati a un’organizzazione specializzata nella compensazione. Come ho già scritto in passato, non approvo assolutamente questo modo di agire, che scarica su terzi la responsabilità delle nostre decisioni e delle nostre azioni organizzative. Non va però dimenticato che la compensazione può comunque essere utile per cercare di porre rimedio a particolari situazioni difficilmente risolvibili in altro modo. Come ricorda la Jones, però, bisogna avere l’accortezza di allineare questa soluzione a particolari settori dell’evento facilmente misurabili e, se necessario e se richiesto, verificabili.

Non dimentichiamo che il rischio è sempre quello di ritrovarsi a dover fronteggiare accuse di greenwashing, cosa che creerebbe non pochi problemi all’immagine dell’evento, soprattutto per il futuro.
Altro errore da evitare è il dichiarare la nostra manifestazione “carbon neutral”, ossia completamente priva di emissioni. Il problema è sempre nella difficoltà di tenere sotto controllo tutte le fasi e i settori dell’organizzazione e dichiarare il nostro evento “CO2-neutral” sarebbe quantomeno sospetto.

Alla fine, mi pare che una delle chiavi rimanga sempre la trasparenza. Se le nostre intenzioni sono delle migliori, è certo che faremo il possibile per abbassare il livello di emissioni prodotte e non avremo problemi a comunicare all’esterno quali sono state le soluzioni trovate. D’altra parte, affidarsi a soluzioni semplici è rischioso, perchè mette in evidenza il fatto che non si è veramente pronti a mettersi in gioco e lo fa di fronte a un pubblico sempre più consapevole (o almeno parte di esso) e a una categoria di professionisti sempre più aggiornata e interessata alle tematiche ambientali.

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Il Festival del Film di Roma: il “go green” come chiave di promozione

Ho perso per un soffio una visita al Festival Internazionale del Film di Roma, ma una gita nella capitale mi ha comunque fatto scoprire che anche quest’anno la manifestazione è promossa come evento a emissioni zero.

Mi incuriosiscono molto i grandi eventi che usano l’ecosostenibilità come chiave della comunicazione. Perché? Se la gestione delle soluzioni compatibili è complicata nel piccolo di eventi di provincia e con meno visibilità, cosa succede quando un festival di cinema conosciuto in tutta Italia e all’estero decide di diventare a impatto zero? Quali sono le decisioni più diffuse? Quali sono le linee più seguite dagli organizzatori?

Come per altri eventi di questo genere, il Festival di Roma ha innanzi tutto puntato sulle tecniche di compensazione. In sostanza, tramite il supporto di LifeGate e con la collaborazione di Samsung, viene fatta una stima dell’energia necessaria per organizzare l’evento e, per compensare le emissioni prodotte, verranno create e tutelate le foreste in crescita in Madagascar.
La presenza di Samsung come partner ambientale non si ferma qui, sono state infatti portate al Festival del Film di Roma le sue tecnologie più ecocompatibili, in modo da cercare di ridurre parte delle emissioni e degli sprechi in partenza.
Questa collaborazione è significativa anche e soprattutto per l’impatto che questa manifestazione ha sull’immagine dell’azienda high-tech, che da qualche anno si sta lavorando per diventare leader ecosostenibile fra le case del suo settore (qui l’intervista al direttore marketing strategico di Samsung).

Si tratta indubbiamente di uno sforzo importante da parte degli organizzatori. Ma non posso fare a meno di chiedermi se sia abbastanza, se non si siano scelte le vie più facili per rendere l’evento “verde”  puntando a una sua spendibilità soprattutto da un punto di vista promozionale.
In generale, non sono una grande sostenitrice delle forme compensative, più che altro perchè mi sembra che rovescino le responsabilità su altri, su terzi che si fanno carico per noi delle nostre emissioni. Mi interessano invece di più le soluzioni che puntano, nonostante le difficoltà, a responsabilizzare tutti i soggetti coinvolti.
Con questo non voglio e non posso dire che quelli di questo genere non siano comunque dei tentativi importanti (in fondo, è sempre meglio di niente) ed è anche vero che eventi di queste dimensioni portano già con sè molte altre difficoltà di tipo organizzativo. Inoltre, non si può negare l’impegno del Festival, rimarcabile e importante soprattutto perchè, grazie alla sua visibilità, permette di trasmettere alcune sensibilità a un pubblico più ampio.

Ma credo che presto si arriverà a un punto in cui non sarà più sufficiente dire che le mie emissioni verranno compensate con tot alberi in un’area del mondo lontana dai fruitori della manifestazione (per quanto la preservazione di quell’area sia, naturalmente, fondamentale per l’ecosistema mondiale).
Non si può sottovalutare l’attenzione che la parola “verde” comincia a suscitare nel pubblico. C’è una fetta di persone sempre maggiore che presto non si accontenterà più e comincerà a esigere forme di responsabilità maggiori da parte di tutte le realtà coinvolte nell’organizzazione di manifestazioni, grandi o piccole che siano.

Non bisogna dimenticare che gli eventi, per il ruolo che ricoprono nei piani di comunicazione, rischiano spesso di essere fra i primi strumenti di greenwashing. Forme di responsabilità maggiore servono, secondo me, a far cadere parte dei dubbi che si possono creare sulla buona fede dei promotori delle manifestazioni e, proprio per questo, a dare anche maggiore risalto agli sforzi degli organizzatori.