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Eventi green e riflessioni pre-consegna: come mi cambio la prospettiva

Ormai è finita. Ancora un paio di cose da sistemare e poi andrò a consegnare la tesi. Prima ancora di mettere un punto a questi ultimi mesi di studio, ricerca e scrittura c’è una cosa che posso dire con assoluta certezza: questo lavoro ha cambiato radicalmente il mio modo di osservare gli eventi sostenibili. In realtà in fondo sono sempre stata un po’ critica, fin da quando ho vissuto l’esperienza del CO2PENHAGEN dove, nonostante tutte le cose buone e meritevoli, era impossibile non notare una serie di incongruenze poco giustificabili.

L’aver passato gli ultimi mesi a osservare eventi verdi con più attenzione del solito mi ha messo in crisi. Se prima ero mossa solo dall’entusiasmo, ora confesso che lo stimolo mi arriva principalmente dalla voglia di capire cosa è realmente sostenibile, cosa potrebbe essere fatto meglio, cosa è fatto al massimo delle possibilità di quel momento e via dicendo.
Poco fa mi sono imbattuta in un post di Tascabile, che parla in maniera critica del green marketing e della necessità di fare business attorno alla sostenibilità. Ecco, si tratta più o meno della stessa sensazione, anche se – dev’essere ormai una sorta di “deformazione professionale” – mi viene naturale traslare questo discorso principalmente sul settore degli eventi. Cosa è realmente sostenibile? È necessario dire che una manifestazione è verde solo per attirare l’attenzione delle persone?
Non saprei dire se il target di queste operazioni sia solo chi è già interessato alle tematiche ambientali. Non credo. Secondo me dire di essere “eco” – ma qualunque sinonimo va comunque bene – aiuta a migliorare la propria immagine e colpisce tutti, anche chi magari non si preoccupa troppo di migliorare le proprie abitudini. Anzi, in questo modo forse si offre alle persone la possibilità di scaricare su un acquisto “giusto” la propria responsabilità ambientale. Lo stesso discorso vale appunto anche per gli eventi. Più mi guardo intorno e più vedo nomi, comunicati, siti di festival, fiere o concerti a basso impatto. Ma come si fa a capire se dietro c’è un reale interesse degli organizzatori o se si tratta, al contrario, solo di un modo per attirare l’attenzione? Quali strumenti ha il pubblico per premiare chi lo merita davvero e, viceversa, per disertare quegli eventi che fanno del nome un vanto, ma niente di più?
Sono convinta che si abbia a disposizione uno strumento di sensibilizzazione forte, ma credo anche che la sensibilizzazione non vada fatta solo con le parole, ma anche con la pratica. Anzi, soprattutto con la pratica. È vero, non è facile essere coerenti, soprattutto quando si deve gestire il delirio organizzativo che sta alla base di un evento. Ma anche essere troppo indulgenti credo non gioverebbe a nessuno.
Insomma, è stata durissima… Questa e altre riflessioni hanno reso la mia ricerca più difficile del previsto, ma spero che i risultati servano a qualcosa (e grazie a Tascabile, perchè se non avessi letto il suo post non avrei avuto lo stimolo a scrivere questo, che forse c’entra poco, ma forse no… ;))
Prossimamente sui vostri schermi i risultati del lavoro!

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